Per una qualunque notizia, parere o informazione, su qualunque argomento e su chiunque, la risposta, oggi, è sempre la stessa: INTERNET.

Su questa pagina riporto più o meno quanto è già noto sul mio conto e qualcosa di più sui temi di interesse comune che seguo da vicino.


domenica 27 novembre 2016

mercoledì 4 maggio 2016

50 anni di WWF nel Teramano



Per i cinquanta anni una bellissima sequenza di immagini che riassume solo una piccola parte del lavoro fatto in mezzo secolo di storia nella Provincia di Teramo. Grazie a tutti.

martedì 22 dicembre 2015

Commissario della Regione Abruzzo per la Riserva Naturale Regionale del Borsacchio

Comunicato Regione Abruzzo 2015-12-22

RISERVE: BORSACCHIO; FABIO VALLAROLA NOMINATO COMMISSARIO

(REGFLASH) L'Aquila, 22 dic. - L'architetto Fabio Vallarola, attuale direttore dell'area marina protetta "Torre del Cerrano", è il nuovo Commissario straordinario della Riserva naturale regionale "Borsacchio". Lo ha nominato questa mattina la Giunta regionale su proposta dell'assessore alle Aree protette, Donato Di Matteo. La nomina del Commissario straordinario si è ritenuta necessaria "in ragione del fatto che a tutt'oggi né la Provincia di Teramo né il Comune di Roseto hanno provveduto alla piena attuazione dell'art. 69 della legge finanziaria regionale del 2005" che istituiva la Riserva naturale e indicava una serie di prescrizioni a carico del Comune e della Provincia per l'avvio della gestione. Tra i compiti che la legge affidava al Comune di Roseto c'era anche l'elaborazione, entro 90 giorni dalla pubblicazione della legge, di un progetto pilota di gestione finalizzato all'occupazione di disoccupati e inoccupati avvalendosi di associazioni di protezione ambientale, di consulenti, di società cooperative, del Corpo Forestale, dell'Università e dell'istituto zooprofilattico "Caporale". Il mandato commissariale dell'architetto Vallarola avrà una durata di 24 mesi e dovrà verificare lo stato di attuazione e realizzazione della sistemazione dei cartelli segnaletici perimetrali, l'elaborazione di un progetto pilota di gestione, la definizione dell'organo di gestione della Riserva, provvedere all'affidamento dell'incarico per l'elaborazione del Piano di assetto naturalistico, l'adozione del piano stesso da parte del comune di Roseto ed infine la predisposizione di un programma di attuazione che dovrà indicare modi, tempi e costi. L'attività del commissario verrà esercitata a titolo gratuito. (REGFLASH) IAV 151222

Curriculum Arch. Fabio Vallarola
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martedì 4 febbraio 2014

Adriatico croato attenzionato dalla Spectrum

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Dall’inizio di settembre del 2013 la Spectrum sta effettuando la scansione dei fondali del mar Adriatico lungo le coste croate alla ricerca di giacimenti di idrocarburi, in particolare greggio e metano, intrappolati nelle rocce, su un’area di 12.000 Km2. Secondo il governo croato le attività di ricerca verrebbero  effettuate gratuitamente e spontaneamente da parte della compagnia norvegese, senza quindi che sia stata indetta alcuna gara pubblica. Secondo Sigrid Lüber, presidente di Ocean Care,  la tecnica adoperata dallo speciale sottomarino in dotazione alla compagnia norvegese è quella “2D”, che consistete nell’emissione ogni dieci secondi di un muro di onde sonore di 240, 260 decibel. Si tratta di suoni molto più forti di quelli prodotti dai motori di un jet in fase di decollo, che non superano i 140 decibel. Draško Holcer, presidente del Blue World Institute of Marine Research and Conservation, dice che le specie ittiche più a rischio per le attività della Spectrum sarebbero i delfini e le balene che possono percepire le onde sonore anche a chilometri di distanza: onde di tale intensità danneggerebbero il loro sistema uditivo provocando lesioni ed emorragie e, a lungo andare, la loro fuga dall’habitat. -
Da Greenreport 31 gennaio 2014
 See more at: Greenreport
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sabato 16 marzo 2013

Confindustria pur di trivellare l'Adriatico si autodenuncia a 360 gradi

Si resta pietrificati nel leggere l'articolo pubblicato sull'edizione odierna del quotidiano nazionale "Italia Oggi". A pag.12 un articolo dal titolo "Regioni contro le trivelle offshore" il Presidente di Confindustria di Chieti, Paolo PRIMAVERA, nell'opporsi alla levata di scudi dei Governatori di tutte le Regioni contro le trivellazioni in Mediterraneo e in Adriatico, dichiara: «il mare non è balneabile proprio in corrispondenza con le foci dei fiumi» e al riguardo andrebbero verificati i depuratori dei nuclei industriali. Ma qualche rigo dopo si raggiunge il peggio quando dichiara, in riferimento alle 300 petroliere che solcano il Mediterraneo ogni giorno: «Quelle sì che inquinano davvero con sversamenti e lavaggi in mare aperto». In quattro parole ha denunciato illegalità di gravità assoluta a danno dell'ambiente da parte di attività tutte collegate alla produzione industriale ed alla gestione del ciclo di estrazione e distribuzione degli idrocarburi.

Leggi l'articolo completo su: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1816280&codiciTestate=1
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sabato 23 febbraio 2013

Quale uscita dei parchi dalla crisi?

di Renzo Moschini- Presidente del Gruppo di San Rossore

Che i parchi stessero entrando in una  crisi non congiunturale, cioè non in uno di quegli alti e bassi  che hanno caratterizzato  tutto il loro altalenante percorso sia prima della approvazione della legge quadro del 91, sia dopo quando essa entrò finalmente in vigore, ha faticato un bel po' ad emergere e a preoccupare.
Ricordo di essermi beccato qualche brutta tirata d'orecchi anche da ambienti amici perchè vedevo rischi dove non ce n'erano e soprattutto sottovalutazioni e ritardi dove invece il sensorio -si diceva-era più che vigile.
Oggi è difficile negarlo e ancor meno far finta di niente per chiunque, sebbene restino poi differenze non trascurabili sulle risposte da  dare alla crisi galoppante.
Credo che per riuscire a imboccare, dopo tante esitazioni e incertezze, la strada giusta a partire dalle politiche a cui sarà chiamato il nuovo governo e anche il nuovo parlamento, possa aiutare a capire meglio cosa è realmente accaduto. Vale naturalmente per la stessa rappresentanza dei parchi  ma anche e soprattutto per le forze politiche e in particolare quelle che ai parchi avevano dedicato fin dall'inizio attenzione, impegno, iniziativa sia prima che dopo l'approvazione della legge quadro del 91.
Ritengo, infatti, che la fase istitutiva dei parchi e specialmente quella assolutamente nuova, cioè precedente la 394, si presentò subito -anche dinanzi alle resistenze e alle ostilità- in tutta la sua portata e novità culturale e politico-istituzionale. Risultò presto chiaro che il parco era un'arma in più -e molto efficace- contro la speculazione allora imperante specie sulle coste, ma non solo. Come dimenticare le vicende della pineta dei Salviati nella nascita e decollo del parco di San Rossore. Ma anche altri parchi regionali, dalla Lombardia al Piemonte,dalla  Sicilia alle Marche, fino alla Liguria   e al Veneto, hanno questo inconfondibile e incancellabile DNA che ritroviamo nei piani dei parchi, ossia la vera novità che anticipò anche la legge quadro che dovette farne non a caso tesoro. Poi, dopo il 91, sono arrivati i parchi nazionali con i loro enti parco che consentirono anche a quelli regionali -quasi tutti- di passare dal Consorzio di enti locali all'ente regionale sul modello di quello nazionale.
Nel frattempo ai parchi si erano affiancati nuovi protagonisti dell'impegno ambientale delle istituzioni come i bacini idrografici anche se non gestiti da un soggetto istituzionale sul modello dei parchi, come poi avrebbero inutilmente richiesto.
Insomma la prima fase che precedette l'approvazione  della legge quadro fu segnata da una gestione pianificata di importanti territori che travalicava ormai  i confini comunali, provinciali e anche regionali. La fase che seguì, se da un lato offriva finalmente un ambito di riferimento nazionale e per più d'un aspetto anche comunitario alle regioni e agli enti locali, dall'altro cominciò ad essere segnata da una crisi delle politiche di programmazione specie sovraordinata tanto che oggi su 24 parchi nazionali solo 3-4 hanno un piano approvato. Così, mentre la legge affidava finalmente al ministero compiti precisi di programmazione volti a costruire un sistema nazionale di parchi e di aree protette, che era la condizione fondamentale per superare la frammentazione regionale e locale e soprattutto di integrare la gestione terra- mare prevista peraltro anche da altre leggi più o meno coetanee come quella sul mare, qualcosa si stava depotenziando.
Entrò subito in sofferenza la pari dignità tra parchi nazionali e regionali come si potè  vedere anche alla prima Conferenza nazionale dei parchi svoltasi a Roma. Alla prima festa dei parchi regionali in San Rossore il ministro Ronchi sostenne che i veri parchi erano quelli nazionali e in perfetta coerenza con questa sconcertante sortita non affidò al Parco regionale di Portofino la gestione dell'area marina sostenendo che non lo consentiva la legge quadro. Non fu difficile poi alla Corte dei Conti affermare che la decisione del ministero contrastava non solo con la 394 ma anche con la legge 426 che aveva ben precisato gli ambiti di azione a cui avrebbe dovuto attenersi il governo; Alpi, APE, Santuario, gestione integrata aree protette terrestri e marine che il ministero ha sempre ignorato ed eluso.
Nella stessa struttura ministeriale vennero meno senza essere rinnovati e riformati, come si sarebbe dovuto anche in base alla Bassanini, organi e sedi preposti a quella programmazione sistemica prevista dalla legge quadro.
E dopo le inadempienze indecorose sul fronte delle aree protette marine, si giunse così più recentemente alla sottrazione del paesaggio alla pianificazione dei parchi che era stato -risultati alla mano- uno degli aspetti più innovativi   del ‘laboratorio' parco che venne meno proprio nel momento in cui a Firenze si firmava con ritardo l'adesione del nostro paese alla Convenzione europea.
Già da questa estremamente sommaria ricapitolazione di alcuni passaggi chiave si ha conferma che quella crisi in cui sempre più velocemente si era entrati non aveva nulla di congiunturale ma di più profondo e allarmante.
Ed era ancor più chiaro ed evidente che le cause non erano da ricercarsi nella legge quadro, ma proprio nelle inadempienze politiche  ministeriali a partire da quella relazione annuale che avrebbe dovuto via via documentare lo stato dell'arte sul piano nazionale, il suo rapporto con le regioni e gli enti locali. Buio pesto e nessuna volontà di misurarsi e confrontarsi con tutti i protagonisti di una partita sempre più complessa e a rischio; ecco il no alla terza Conferenza nazionale. Ma soprattutto il tentativo riuscito anche per corresponsabilità -verrebbe da dire complicità- di soggetti che accolsero la pretestuosa manfrina di fare della legge il capro espiatorio di una politica fallimentare. Quello che può essere considerato un vero condono politico che per di più ha incoraggiato lo stravolgimento di una legge -vedi testo del senato- che non è in attesa e bisognosa  di modifiche ma di piena attuazione.
Ecco perché il nuovo governo e il nuovo parlamento sono attesi alla prova e non certo nel senso che proseguano il lavoro di smantellamento avviato dal ministero anche con il soccorso sorprendente del senato, ma proprio perché rilancino finalmente una politica e un impegno degno di questo nome. La stazione di partenza non è la legge ma la politica di cui oggi si è orfani. E le istituzioni -non solo centrali- non sono attese perché sfornino altri pessimi emendamenti o trovate ma propongano idee, impegni, percorsi di governo del territorio e di tutela ambientale di cui oggi non vi è traccia.

Da GreenReport del 22 febbraio 2013
 (http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=20570)

venerdì 30 novembre 2012

La situazione delle Aree Marine Protette Mediterranee


Non avrebbe alcun senso trasformare il mausoleo indiano del Taj Mahal in una discarica di rifiuti tossici, o costruire un centro commerciale sull'Acropoli di Atene, o ancora tagliare le erbe del pianure del Serengeti per farne foraggio. 
Allora perché gli esseri umani non hanno analoghi comportamenti con il Mediterraneo? 
Probabilmente non c'è un mare, sulla Terra, dove ci sia un'associazione di valori culturali e naturali unici e universalmente riconosciuti come quelli che caratterizzano il Mediterraneo, che debbano coesistere con pressioni umane tanto intense e pervasive che inducono sempre più a dimenticare tutti questi valori.
Si potrebbe immaginare che l'umanità è pienamente vigile e decisa a rispondere a queste minacce, a trovare soluzioni ai conflitti, a garantire che le caratteristiche uniche del Mediterraneo non vadano perse. E non si può negare che ciò stia avvenendo, ma si tratta di azioni esitanti e poco incisive, con scarsi risultati. E nonostante questo impegno, l'habitat mediterraneo continua a peggiorare di anno in anno, e specie emblematiche scompaiono sotto i nostri occhi. 
Pochi successi vengono in mente. 
La perdita è ambientale e culturale, ma anche economica. Non dobbiamo dimenticare che il Mediterraneo è una delle mete turistiche più ambite nel mondo. Le Aree Marine Protette (AMP) sono riconosciute a livello mondiale come strumenti efficaci per proteggere l'ambiente marino e avere successo nel Mediterraneo, dove ne sono state create circa un centinaio negli ultimi
decenni, per fornire unaprotezione speciale ai siti caratterizzati da habitat e specie di maggiore interesse. Di fronte alla complessità dei problemi che pone la salvaguardia del Mare nel suo insieme, i paesi del Mediterraneo hanno deciso di proteggere i gioielli che ancora sussistono nei loro mari, e si sforzano di proteggerli classificandoli come Aree Marine Protette.
Tuttavia, anche entro i confini ristretti di questa strategia di selezione, c'è ancora molto da fare. I problemi riguardano sia il processo di classificazione, sia i problemi di gestione. Con la sola eccezione del Santuario Pelagos, tutte le AMP del Mediterraneo sono costiere, e nessuna AMP reale esiste ancora in profondità. Peggio ancora, circa i tre quarti di esse si trovano lungo le coste settentrionali del bacino mediterraneo, e risulta
evidente la mancanza di zone marine protette classificate nelle regioni meridionali e orientali, privando così di una necessaria protezione habitat e specie uniche.
Le Aree Marine Protette del Mediterraneo operano tutte come entità separate, e nessuna rete funzionale è ancora apparsa all'orizzonte. Più della metà delle aree marine protette nell'area mediterranea non si è ancora dotata di un proprio piano di gestione - la maggior parte di loro, perché non ha neppure nominato un ente gestore. Ciò significa che più della metà delle AMP del Mediterraneo potrebbero essere considerate come "parchi di carta", riducendo così in modo significativo l'efficacia dell'azione di tutela che potrebbe esercitare nella regione. Fattore negativo ancora più importante, l'efficacia protettiva nell'ambiente marino, in tutto il Mediterraneo, è ancora soggetta alla eterogeneità della governance regionale, delle strutture istituzionali, della distribuzione della ricchezza, del capitale sociale, e della conoscenza dell'ambiente.
Tuttavia, nonostante questo scenario piuttosto cupo, ci sono buoni motivi per essere ottimisti: le soluzioni ai problemi che le AMP del Mediterraneo hanno di fronte, sono oggi chiare e a portata di mano, a condizione che l'azione politica segua l'impegno politico... In primo luogo, una valutazione delle esperienze già acquisite, e di quanto occorre ancora conoscere, deve essere fatta per l'intero bacino mediterraneo. In secondo luogo, altre nuove AMP dovrebbero essere realizzate per affiancarle alle aree marine protette già esistenti, e creare delle reti di AMP ecologicamente e geograficamente equilibrate, con l'obiettivo finale di proteggere gli habitat rappresentativi di tutte le differenti eco-regioni del Mediterraneo.
In terzo luogo, AMP esistenti devono lavorare insieme per risolvere i problemi di governance (ad esempio, perfezionando lo status giuridico di AMP e l'infrastruttura istituzionale quando necessario), e di gestione (ad esempio, aiutando le AMP a dotarsi di strutture e organismi di gestione, di propri piani di gestione, e dei mezzi per la realizzazione). Per raggiungere questo obiettivo, dovranno essere rafforzati i partenariati tra tutti gli attori del settore, con dei ruoli precisamente attribuiti, con il consenso di tutti.
Presupposto fondamentale per un tale sforzo è la creazione di un punto zero da cui partire e poi misurare i progressi.  (...) Non perdiamo questa meravigliosa opportunità.

Giuseppe Notarbartolo di Sciara
Coordinateur Régional, CMAP-Région Marine Méditerranée et Mer Noire

dalla Prefazione di:
Statut des Aires Marines Protégées en Mer Méditerranée
Une étude réalisée conjointement par l’UICN, WWF et MedPAN
http://medmpaforum2012.org/sites/default/files/mpa_fr_lr.pdf
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lunedì 30 aprile 2012

L’impronta ecologica e quella culturale


Sulla nostra crescente impronta ecologica sul territorio non ci sono dubbi tanti sono ormai i dati, le cifre, le situazioni che ne danno l’allarmante conferma. Anche noi come Gruppo di San Rossore quando abbiamo deciso di occuparci dei parchi avevamo chiaro l’intreccio con questa condizione più generale di cui le aree protette sono un momento importantissimo ma non certo esclusivo.
Del resto la crisi dei parchi -e non certo a caso- è maturata all’interno di scelte politiche e istituzionali che hanno penalizzato l’insieme di quelle norme e regole di cui lo stato si era dotato negli anni successivi alla istituzione delle regioni. Gli effetti sono pesantemente negativi prima ancora che sul funzionamento del governo del territorio sulla impalcatura culturale che lo sosteneva. E’ stato così per il suolo, il paesaggio, la natura. Ciò che colpisce infatti oggi-e non solo nel caso dei parchi- è la confusione culturale, il venir meno come nel caso del  testo di legge e la discussione che l’accompagna al Senato di quei riferimenti culturali fondamentali che furono e restano alla base della legge 394. Muoveva da qui e in tempi non sospetti l’appuntamento di Parcolibri a Pisa  che nelle sue 4 edizioni fino all’ultima  che ebbe il riconoscimento del Presidente della Repubblica permise alla case editrici ma anche in primo luogo ai parchi di confrontarsi su libri e studi dedicati alla esperienza e ai problemi delle nostre aree protette. Un ruolo particolare ebbe allora ed ha ancora oggi la Collana dell’ETS sulle alle aree naturali protette giunta ormai a oltre 20 volumi inaugurata da quello dedicato alla Biodiversità nelle aree protette curato da Sandro Pignatti che continua con grande regolarità ad essere ricercato. Basta del resto vedere gli ultimi dedicati alla pianificazione dei parchi (curato da Massimo Sargolini), sulle Alpi ( curato da Cesare Lasen), il paesaggio (curato da Enrico Falqui), le Aree protette marine (curato da Fabio Vallarola) per avere conferma di come si sia riusciti a coinvolgere decine di prestigiosi autori del mondo universitario ma anche di amministratori, operatori e tecnici impegnati nei parchi nazionali e regionali.
Ecco perché pensiamo che valga la pena di valutare –anche come Gruppo di San Rossore- l’opportunità di riprendere Parcolibri e utilizzare i libri che toccano questioni fondamentali del dibattito sul ruolo e il futuro dei parchi per promuovere specialmente in realtà e per temi ben definiti; le alpi, il mare, il paesaggio una nostra iniziativa.
Renzo Moschini

venerdì 10 febbraio 2012

LEGGE PARCHI Appello delle Associazioni Ambientaliste

Con il pretesto della riforma della Legge n.394 del 1991 si stravolgono i Parchi Nazionali

FAI-Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Mountain Wilderness, LIPU-BirdLife Italia e WWF Italia lanciano insieme un appello per fermare la riforma della legge 394 sulle aree protette che rischia di stravolgere i parchi Nazionali.
Gli aspetti più pericolosi della riforma avviata dalla Commissione Ambiente del Senato interessano essenzialmente tre aspetti della gestione delle nostre aree protette che per i loro contenuti rischiano di stravolgere alcuni dei principi fondamentali che hanno motivato la creazione dei Parchi e delle Riserve naturali non solo in Italia ma in tutto il mondo.
Nei prossimi mesi per fermare questa riforma inutile e dannosa della Legge quadro sulle aree naturali protette le nostre Associazioni lavoreranno insieme, cercando il supporto del mondo scientifico, degli intellettuali, dei rappresentanti della cultura e dell’ampia maggioranza dell’opinione pubblica che ha a cuore la sorte dei nostri Parchi Nazionali e della natura che devono proteggere.
E' solo rispettando le finalità di tutela che i parchi possono rappresentare un forte richiamo per il turismo nazionale e internazionale con ricadute positive sull'occupazione.
La riforma contestata vuole mettere in discussione il delicato equilibrio raggiunto nella gestione dei parchi tra rappresentanti del Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, del mondo scientifico, delle Associazioni ambientaliste e dei rappresentanti degli Enti Locali, nel rispetto della Costituzione che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela degli ecosistemi proprio per ribadire l’interesse nazionale della conservazione della natura. Le proposte di modifica intendono spostare questo delicato equilibrio a vantaggio di coloro che rappresentano interessi locali e di settore con una maggioranza dei rappresentanti degli Enti Locali e l’introduzione di un rappresentante delle Associazioni agricole nel Consiglio direttivo degli Enti Parco. Allo stesso tempo verrebbero eliminati i rappresentanti del mondo scientifico e ridotta la presenza delle Associazioni ambientaliste.
Queste modifiche, insieme alle nuove procedure previste per la nomina dei direttori dei parchi, non farebbero che aumentare la politicizzazione degli Enti Parco.
Una maggiore efficienza nella gestione degli Enti Parco, in particolare per la valorizzazione delle identità locali dei territori e lo sviluppo della “green economy”, sarebbe la motivazione principale dei sostenitori della riforma, ma questo può essere perseguito da diversi Enti pubblici nell’ambito delle loro ordinarie funzioni. Le aree naturali protette nascono per la conservazione della natura, se gli Enti Parco si trasformano in grandi Pro loco o agenzie di sviluppo locale finiscono per diventare inutili doppioni di Enti che oggi in molti vorrebbero tra l’altro cancellare.
Come secondo punto critico si aprirebbe la possibilità di cacciare nelle aree protette con la scusa del controllo delle specie aliene, quando soluzioni efficaci sono possibili anche con l’attuale normativa ed organizzazione dei Parchi.
Terzo aspetto è il meccanismo di finanziamento degli Enti Parco con l’introduzione della riscossione di una royalty o di canoni su alcune attività ad elevato impatto ambientale (la coltivazione di idrocarburi, gli impianti idroelettrici, impianti a biomasse, oleodotti ed elettrodotti fuori terra, le attività estrattive, posti barca ecc) che determinerebbero un pesante condizionamento delle decisioni di un Ente Parco che in prospettiva sarebbe a larga maggioranza controllato dai rappresentanti dei Comuni.

Roma, 26 gennaio 2012

martedì 30 agosto 2011

Salviamo la legge sui Parchi e i Parchi insieme a lei

Si organizzi subito la Terza Conferenza delle Aree Protette
AIDAP propone con forza un importante momento collegiale di analisi critica e di proposte.

La discussione sulle modifiche alla legge sulle aree protette si anima in rete e nel Paese e questa è la miglior prova che ci sono molte persone che, a prescindere dalla loro rappresentatività, hanno esperienza da mettere in campo e idee da proporre, a servizio del legislatore che non è onnisciente.

Non è forse utile selezionare le idee in base alla rappresentatività di chi le propone. Il Paese è pieno di cervelli pensanti (da Carlo Alberto Graziani a Roberto Gambino, da Ippolito Ostellino a Cesare Lasen, da Nino Martino a Franco Tassi, fino alle migliaia di operatori che lavorano da anni nel sistema delle aree protette) che rappresentano se stessi ed il lavoro che hanno fatto negli anni ma che potranno certamente dare un contributo essenziale a qualsiasi discussione; sempre che ci sia davvero spazio per una vera discussione, come annunciato, e non sia invece accaduto che gli accordi siano già stati fatti in qualche segreta stanza.
In realtà siamo a discutere se nei consigli direttivi devono esserci gli agricoltori o i professori universitari (8, o 10 o meglio 12 ? La risposta esatta risolverà davvero i nostri problemi ?), se il direttore deve essere lo zerbino del Consiglio direttivo (cacciabile senza un motivo se non il cambio della presidenza), piuttosto che un elemento di continuità gestionale, se nelle aree protette i campi da golf sono sostenibili o meno (terribile uscita di qualcuno rappresentativo......).
Discutendo di queste “sciocchezze” ci stiamo dimenticando del ruolo delle nostre aree protette nel panorama internazionale della conservazione della natura e del turismo educativo e sostenibile. Ci stiamo dimenticando dell'integrazione normativa con le leggi sulla biodiversità, sul paesaggio, sulla gestione faunistica ..... e dell'integrazione delle aree protette con i territori circostanti. Ci stiamo dimenticando di fare una verifica del raggiungimento degli obiettivi del sistema e di ciascuna delle sue articolazioni.
Da questa posizione deriva una ed una sola proposta: il sistema dei Parchi smetta di rincorrere gli eventi, di controdedurre alle proposte spesso assurde con altre frammentate proposte solo un pò migliori. Come si fa a ragionare dei singoli commi se prima non si è ragionato sugli obiettivi, sulle criticità e sulle ragioni di tali criticità ?
Il Sistema dei Parchi organizzi al più presto la Terza Conferenza delle Aree Protette, ufficialmente annunciata ormai da anni dal Ministero dell'Ambiente e mai convocata.
Se il Ministero non lo fa, ci pensi chi ha la rappresentatività, il ruolo e l'organizzazione per farlo, non solo coinvolgendo le associazioni rappresentative ma dando spazio anche ai "cervelli pensanti" sparsi negli angoli del Paese.
Non serve una convention costosa, non servono buffet né pranzi ufficiali con posate argentate e tavoli riservati. Non servono costose mostre a tema, pubblicazioni patinate o piante decorative affittate per dare lustro.
Servono maniche rimboccate, una sala molto spaziosa, almeno due-tre giorni di tempo e la voglia di fare un'analisi critica su quello che è successo dal 6 dicembre 1991 ( e anche prima, magari…) e su quello che invece doveva esser fatto. Misuriamo i risultati ed i fallimenti, dopo di ché sarà assolutamente più facile capire se e quali modifiche proporre al legislatore per la L. 394.
AIDAP è fiduciosa che, in questo 2011 segnato da così importanti ricorrenze, chi di dovere accolga questo appello perchè altrimenti succederà che a Roma, in qualche Parco Nazionale, a San Rossore o da qualche altra parte la Terza Conferenza venga comunque organizzata, spontaneamente. Il ventennale della L. 394 è a questo proposito "pericolosamente" vicino !
Da questo evento dovrà nascere una proposta organica, non fatta di singoli emendamenti su singoli commi troppo simili a regolamenti di conti, ma piuttosto di un nuovo disegno che ci dica gli obbiettivi dei prossimi decenni, gli strumenti che avremo a disposizione e le verifiche di efficacia ed efficienza a cui tutti noi saremo sottoposti per essere valutati e, se del caso, cacciati. Basterebbe guardare alle capacità di programmazione del National Park Service americano, per capire cosa significa programmare e progettare in materia di aree protette.
AIDAP e le sue poco rappresentative professionalità e competenze sono disposte con tutta umiltà a dare il proprio contributo, assieme alle altre associazioni che da tempo chiedono un significativo passo in questa direzione.

Andrea Gennai
VICE PRESIDENTE AIDAP

sabato 21 maggio 2011

Telethon All'AMP Torre del Cerrano

Clicka sull'immagine per saperne di più.

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giovedì 17 marzo 2011

Auguri Italia, auguri Roseto, auguri Filomena!

AUGURI ITALIA!
Oggi ricorrono i 150 anni dell'Unità. Giorno felice e importante che tutti (perlomeno quelli di buon senso!) festeggiano dal profondo del cuore.

Ma tra qualche giorno ricorre il centocinquantenario di un altro evento importante per chi si sente rosetano come me. Il 23 marzo del 1911, qualche giorno dopo l'Unità d'Italia, fu intitolata, a Santa Filomena, la chiesa di Roseto degli Abruzzi.

A quell'epoca il Lido delle Rose era poco di più di una fermata ferroviaria, una chiesa, poche case di ricchi signori, latifondisti che avevano sulle proprie proprietà la Villa per i bagni estivi (meravigliose architetture che ancora oggi punteggiano Roseto: Mazzarosa, De Vincentiis, Castelli, Clemente, Savini, Ponno, etc., una villa più bella dell'altra) e piccole "pinciare" dove i marinai rimettevano le attrezzature di pesca delle proprie lancette.
Il resto era composto da un mare meraviglioso una duna costiera ricca di vegetazione, aree coltivate nelle piane umide retrodunali e boschi planiziali al piede della collina. Per rivedere quegli ambienti dobbiamo calarci con l'immaginazione nelle incomparabili raffigurazioni che fa Pasquale Celommi degli ambienti di allora.

Quella chiesa quel giorno venne intitolata a Santa Filomena, a Pasquale Celommi fu commissionata la raffigurazione della Santa che eseguì su rame in una lunetta di una bellezza strabiliante che fu posizionata sulla porta principale della chiesa.
Ma cinquanta anni dopo, nel 1961, il Vaticano decise che Filomena non era più Santa. A Roseto arrivò l'ordine di sconsacrare la chiesa madre e ricosacrarla alla Madonna. La lunetta fu asportata e nascosta in uno scantinato (oggi fortunantamente quell'opera si può osservare perchè riposizionata a sinistra subito dopo l'ingresso della chiesa).

Ma cosa successe non è chiaro e sicuramente pochi lo sanno davvero. Forse si sono anche volute nascondere informazioni su questo fatto che imbarazzava in qualche modo la chiesa perlomeno per il repentino dietrofront attuato.
Ma a Roseto intorno a Filomena, in un secolo di intitolazione della chiesa, si era intanto creata una venerazione importante. I pescatori ancora oggi la considerano la loro protettrice.

Le teorie e le leggende intorno a questa santa sembrano molte: sembra addirittura in qualche teoria che Santa Filomena fosse di colore e che esercitava insieme a Maria Maddalena il mestiere più antico del mondo. Per certo è la patrona di tutte le culture zingare del mondo ed è ancora venerata a Saint Marie della Mer, uno dei centri storici costieri della Provenza, tra più belli del mondo, nel pieno del Parco della Camargue, dove ogni anno si radunano gli zingari proveneinti da tutto il mondo per il rito di venerazione.


Comunque sia a Roseto il prossimo mercoledì 23 marzo, sarà il caso di riflettere su un ulteriore 150enario, quello della intitolazione a Santa Filomena e forse un pò anche sulla bella Roseto di quel tempo.
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martedì 18 gennaio 2011

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme

L'appello di Carlo Petrini, per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi ...
da "La Repubblica" del 18 gennaio 2011



Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future.

E' stato già riportato che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati. Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso. Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra.

I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni.

Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni.

Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di "Stop al Consumo del Territorio", le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni.
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mercoledì 5 gennaio 2011

Parchi speranza per il futuro del mondo ma non in Italia

Da Greereport del 4 gennaio 2011, prendiamo e pubblichiamo il pensiero sulla situazione difficile dei Parchi italiani di Paolo Pigliacelli.

Nel primo decennio del 2000 il numero e le superfici delle aree protette nel mondo sono notevolmente aumentate. Il 2011 inizia con oltre 140.000 parchi che coprono circa 21 milioni di chilometri quadrati di terra e mare, una superficie pari a due volte quella del Canada. Il 12,2% delle terre emerse e il 5,9% delle acque territoriali sono aree protette, mentre solo lo 0,5% dei mari extraterritoriali è parco. Ma il dato più sorprendente è che in 220 Paesi del mondo esistono aree protette e nel 45% di questi la superficie supera il 10% del territorio: dagli arcipelaghi del Pacifico alle regioni polari, passando per tutti gli angoli dei 5 continenti, ogni soggetto istituzionale che amministra anche piccolissime porzioni di territorio ha istituito aree protette.
Ma non basta, 193 Paesi riuniti a Nagoya nell'ottobre scorso durante la COP 10 della Convezione Onu sulla Biodiversità, hanno individuato proprio nelle aree protette la forma più efficace per salvaguardare le risorse naturali indispensabili per il futuro del pianeta, quindi hanno deciso che entro il 2020 la superficie protetta deve raggiungere il 17% delle terre emerse e il 10% degli oceani. Ciò significa che lo strumento "parco", ovvero un organismo specializzato per la gestione del territorio, ha assunto un rilievo e una universalità al pari di altre forme di amministrazione pubblica quali la giustizia, la sanità, la scuola; eppure sembra che in Italia sia continuamente messo in discussione. La vicenda della provincializzazione del Parco Nazionale dello Stelvio è emblematica, mentre nella vicina Svizzera, patria del federalismo più radicato, l'UFAM (l'ufficio federale per l'ambiente) per rafforzare le politiche di gestione territoriale e anche su richiesta dei Cantoni, sta trasformando diversi parchi regionali in parchi nazionali (il primo sarà il Parc Adula dei Cantoni Grigioni e Ticino), a pochi chilometri, nel nostro versante delle Alpi, si va nella direzione opposta.
Nella convulsa e confusa situazione nella quale si trovano attualmente le nostre aree protette nazionali e regionali, fa impressione ascoltare Cherie Enawgaw, coordinatore dell'Autorità governativa per l'Ambiente della poverissima Etiopia "in passato, sbagliando, i parchi naturali sono stati quasi del tutto trascurati dai programmi di governo, è necessario un loro rilancio per il futuro del nostro Paese". Se anche l'Italia, come l'Etiopia e il resto del mondo, vorrà avere un futuro, forse è opportuno che prenda con maggiore considerazione e serietà il patrimonio di potenzialità e ricchezze, anche economiche, racchiuso nei parchi.


Paolo Pigliacelli

venerdì 31 dicembre 2010

Dimentichiamo il 2010. Buon 2011 ai Parchi italiani!


Auguriamoci davvero un buon anno per le aree protette italiane.
Un buon 2011 a tutti.
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venerdì 24 dicembre 2010

Regalo di Natale: addio Stelvio!

Regalo di Natale per il modo dei Parchi davvero poco gradito. Il Parco Nazionale dello Stelvio viene smembrato definitivamente affidando ad ognuna delle tre province la gestione della propria fetta di territorio.

Da Parks.it: http://www.parks.it/news/dettaglio.php?id=11848
Da AIDAP: http://www.aidap.it/dettaglio.php?id=11821
Da Greenreport: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=8229
Da Eddyburg: http://eddyburg.it/article/view/16387/
Da Tiscali: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/10/12/24/messner-Reinhold-stelvio.html
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venerdì 22 ottobre 2010

venerdì 9 luglio 2010

UNIONE sui Parchi

Il messaggio di "Unione" sullo spot dell'Italia da parte del Presidente del Consiglio:

"E’ giusto e apprezzabile l’appello a far riscoprire l’Italia. E’ sacrosanto l’impegno per valorizzare l’incredibile e unico insieme di natura e cultura del nostro Paese e, ancor più, per fare in modo che ad apprezzarlo siano proprio gli Italiani.
I nostri Parchi Nazionali, i Parchi Regionali, le Aree Marine Protette conservano (conservare non vuol dire proteggere e vietare, ma avere cautela e tutelare, per usare a lungo e razionalmente le risorse) un patrimonio di Biodiversità assolutamente unico in tutto il Pianeta; paesaggi naturali di straordinaria bellezza rivelano e sono punteggiati di monumenti, villaggi, paesi, chiese, castelli che ne accrescono, con le tradizioni ad essi sottese, lo straordinario valore.
EBBENE, la gestione di questo patrimonio, che è assicurata da persone motivate, preparate, capaci di impegnarsi a fondo anche per un’idea e per una visione, che già lavorano al limite del possibile e con risorse sempre più scarse, (e che piacerebbero per il loro modo di lavorare anche al Ministro Brunetta....) sarà di fatto resa impossibile, se verranno mantenute le previsioni della riduzione al 50% dei finanziamenti ai Parchi.
Il Ministro dell’Ambiente, che ringraziamo e sosteniamo, ci risulta abbia preso posizione contro questa sciagurata ipotesi, ma l’inserimento dell’emendamento nel testo che verrà sottoposto al voto di fiducia della prossima settimana non è affatto certo e esiste il rischio che i Parchi nazionali, che COSTANO AGLI ITALIANI POCO MENO DI QUANTO COSTA UNA TAZZINA DI CAFFE’ ALL’ANNO, siano costretti a “chiudere”, e non solo metaforicamente. Si deve risparmiare? Lo sappiamo, lo facciamo tutti i giorni, abbiamo esperienza, un sacco idee e proposte al proposito."

Maurilio CIPPARONE
Protavoce di UNIONE per i Parchi e la Natura d'Italia.
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giovedì 8 luglio 2010

Torniamo a difendere i Parchi

Ormai ci si deve rivolgere direttamente a Gianfranco Fini, presidente della Camera, cogliendo l’occasione di un premio assegnatogli a Ustica, per tentare di far sapere che in Italia trenta Aree Marine Protette sopravvivono con quello che in Francia viene stanziato per un solo Parco regionale: da Greenreport.

A livello centrale non essendo riusciti a chiudere i Parchi nei goffi tentativi degli anni scorsi, hanno deciso di affondarli. In finanziaria è previsto un taglio del 50% agli striminziti stanziamenti in favore degli Enti Parco nazionali, il che equivale a dimezzare le attività già ridotte al lumicino in gran parte dei Parchi Nazionali. La manovra è a tal punto scandalosa che persino il Ministro dell’Ambiente, facente parte dello stesso Governo è costretto a farsi sentire tramite i media per salvare il salvabile: da Il Sole 24 Ore.

Se qualcuno pensa che ci siano delle disattenzioni può stare tranquillo perchè non si tratta di sviste. Quando si pensa a posti e poltrone, infatti, spuntano assurdi emendamenti come quello in cui i Direttori dei parchi andrebbero nominati semplicemente sulla fiducia del Ministro, senza più un Albo professionale e senza più la segnalazione dei nominativi da parte di chi, gli Enti Parco, sul territori si confronta quotidianamente: da AIDAP.

In Abruzzo, la Regione dei Parchi, la regione che ha scommesso sul verde per il proprio futuro, la situazione è divenuta ridicola, zero Euro per Parchi e Riserve regionali e milioni di euro per impianti da sci, se fosse possibile ridere in un quadro così drammatico come quello delineato dagli esperti: da La Gramigna.

C’è la necessità di tornare a difendere i gioielli del nostro paese con forza. Pensavamo forse che l’Italia avesse preso la strada dei paesi che civilmente rispettano il proprio patrimonio. Le cose, invece, stanno andando diversamente da ciò che si poteva logicamente immaginare.
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