Per una qualunque notizia, parere o informazione, su qualunque argomento e su chiunque, la risposta, oggi, è sempre la stessa: INTERNET.

Su questa pagina riporto più o meno quanto è già noto sul mio conto e qualcosa di più sui temi di interesse comune che seguo da vicino.


venerdì 10 febbraio 2012

LEGGE PARCHI Appello delle Associazioni Ambientaliste

Con il pretesto della riforma della Legge n.394 del 1991 si stravolgono i Parchi Nazionali

FAI-Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra, Mountain Wilderness, LIPU-BirdLife Italia e WWF Italia lanciano insieme un appello per fermare la riforma della legge 394 sulle aree protette che rischia di stravolgere i parchi Nazionali.
Gli aspetti più pericolosi della riforma avviata dalla Commissione Ambiente del Senato interessano essenzialmente tre aspetti della gestione delle nostre aree protette che per i loro contenuti rischiano di stravolgere alcuni dei principi fondamentali che hanno motivato la creazione dei Parchi e delle Riserve naturali non solo in Italia ma in tutto il mondo.
Nei prossimi mesi per fermare questa riforma inutile e dannosa della Legge quadro sulle aree naturali protette le nostre Associazioni lavoreranno insieme, cercando il supporto del mondo scientifico, degli intellettuali, dei rappresentanti della cultura e dell’ampia maggioranza dell’opinione pubblica che ha a cuore la sorte dei nostri Parchi Nazionali e della natura che devono proteggere.
E' solo rispettando le finalità di tutela che i parchi possono rappresentare un forte richiamo per il turismo nazionale e internazionale con ricadute positive sull'occupazione.
La riforma contestata vuole mettere in discussione il delicato equilibrio raggiunto nella gestione dei parchi tra rappresentanti del Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, del mondo scientifico, delle Associazioni ambientaliste e dei rappresentanti degli Enti Locali, nel rispetto della Costituzione che attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in materia di tutela degli ecosistemi proprio per ribadire l’interesse nazionale della conservazione della natura. Le proposte di modifica intendono spostare questo delicato equilibrio a vantaggio di coloro che rappresentano interessi locali e di settore con una maggioranza dei rappresentanti degli Enti Locali e l’introduzione di un rappresentante delle Associazioni agricole nel Consiglio direttivo degli Enti Parco. Allo stesso tempo verrebbero eliminati i rappresentanti del mondo scientifico e ridotta la presenza delle Associazioni ambientaliste.
Queste modifiche, insieme alle nuove procedure previste per la nomina dei direttori dei parchi, non farebbero che aumentare la politicizzazione degli Enti Parco.
Una maggiore efficienza nella gestione degli Enti Parco, in particolare per la valorizzazione delle identità locali dei territori e lo sviluppo della “green economy”, sarebbe la motivazione principale dei sostenitori della riforma, ma questo può essere perseguito da diversi Enti pubblici nell’ambito delle loro ordinarie funzioni. Le aree naturali protette nascono per la conservazione della natura, se gli Enti Parco si trasformano in grandi Pro loco o agenzie di sviluppo locale finiscono per diventare inutili doppioni di Enti che oggi in molti vorrebbero tra l’altro cancellare.
Come secondo punto critico si aprirebbe la possibilità di cacciare nelle aree protette con la scusa del controllo delle specie aliene, quando soluzioni efficaci sono possibili anche con l’attuale normativa ed organizzazione dei Parchi.
Terzo aspetto è il meccanismo di finanziamento degli Enti Parco con l’introduzione della riscossione di una royalty o di canoni su alcune attività ad elevato impatto ambientale (la coltivazione di idrocarburi, gli impianti idroelettrici, impianti a biomasse, oleodotti ed elettrodotti fuori terra, le attività estrattive, posti barca ecc) che determinerebbero un pesante condizionamento delle decisioni di un Ente Parco che in prospettiva sarebbe a larga maggioranza controllato dai rappresentanti dei Comuni.

Roma, 26 gennaio 2012

martedì 30 agosto 2011

Salviamo la legge sui Parchi e i Parchi insieme a lei

Si organizzi subito la Terza Conferenza delle Aree Protette
AIDAP propone con forza un importante momento collegiale di analisi critica e di proposte.

La discussione sulle modifiche alla legge sulle aree protette si anima in rete e nel Paese e questa è la miglior prova che ci sono molte persone che, a prescindere dalla loro rappresentatività, hanno esperienza da mettere in campo e idee da proporre, a servizio del legislatore che non è onnisciente.

Non è forse utile selezionare le idee in base alla rappresentatività di chi le propone. Il Paese è pieno di cervelli pensanti (da Carlo Alberto Graziani a Roberto Gambino, da Ippolito Ostellino a Cesare Lasen, da Nino Martino a Franco Tassi, fino alle migliaia di operatori che lavorano da anni nel sistema delle aree protette) che rappresentano se stessi ed il lavoro che hanno fatto negli anni ma che potranno certamente dare un contributo essenziale a qualsiasi discussione; sempre che ci sia davvero spazio per una vera discussione, come annunciato, e non sia invece accaduto che gli accordi siano già stati fatti in qualche segreta stanza.
In realtà siamo a discutere se nei consigli direttivi devono esserci gli agricoltori o i professori universitari (8, o 10 o meglio 12 ? La risposta esatta risolverà davvero i nostri problemi ?), se il direttore deve essere lo zerbino del Consiglio direttivo (cacciabile senza un motivo se non il cambio della presidenza), piuttosto che un elemento di continuità gestionale, se nelle aree protette i campi da golf sono sostenibili o meno (terribile uscita di qualcuno rappresentativo......).
Discutendo di queste “sciocchezze” ci stiamo dimenticando del ruolo delle nostre aree protette nel panorama internazionale della conservazione della natura e del turismo educativo e sostenibile. Ci stiamo dimenticando dell'integrazione normativa con le leggi sulla biodiversità, sul paesaggio, sulla gestione faunistica ..... e dell'integrazione delle aree protette con i territori circostanti. Ci stiamo dimenticando di fare una verifica del raggiungimento degli obiettivi del sistema e di ciascuna delle sue articolazioni.
Da questa posizione deriva una ed una sola proposta: il sistema dei Parchi smetta di rincorrere gli eventi, di controdedurre alle proposte spesso assurde con altre frammentate proposte solo un pò migliori. Come si fa a ragionare dei singoli commi se prima non si è ragionato sugli obiettivi, sulle criticità e sulle ragioni di tali criticità ?
Il Sistema dei Parchi organizzi al più presto la Terza Conferenza delle Aree Protette, ufficialmente annunciata ormai da anni dal Ministero dell'Ambiente e mai convocata.
Se il Ministero non lo fa, ci pensi chi ha la rappresentatività, il ruolo e l'organizzazione per farlo, non solo coinvolgendo le associazioni rappresentative ma dando spazio anche ai "cervelli pensanti" sparsi negli angoli del Paese.
Non serve una convention costosa, non servono buffet né pranzi ufficiali con posate argentate e tavoli riservati. Non servono costose mostre a tema, pubblicazioni patinate o piante decorative affittate per dare lustro.
Servono maniche rimboccate, una sala molto spaziosa, almeno due-tre giorni di tempo e la voglia di fare un'analisi critica su quello che è successo dal 6 dicembre 1991 ( e anche prima, magari…) e su quello che invece doveva esser fatto. Misuriamo i risultati ed i fallimenti, dopo di ché sarà assolutamente più facile capire se e quali modifiche proporre al legislatore per la L. 394.
AIDAP è fiduciosa che, in questo 2011 segnato da così importanti ricorrenze, chi di dovere accolga questo appello perchè altrimenti succederà che a Roma, in qualche Parco Nazionale, a San Rossore o da qualche altra parte la Terza Conferenza venga comunque organizzata, spontaneamente. Il ventennale della L. 394 è a questo proposito "pericolosamente" vicino !
Da questo evento dovrà nascere una proposta organica, non fatta di singoli emendamenti su singoli commi troppo simili a regolamenti di conti, ma piuttosto di un nuovo disegno che ci dica gli obbiettivi dei prossimi decenni, gli strumenti che avremo a disposizione e le verifiche di efficacia ed efficienza a cui tutti noi saremo sottoposti per essere valutati e, se del caso, cacciati. Basterebbe guardare alle capacità di programmazione del National Park Service americano, per capire cosa significa programmare e progettare in materia di aree protette.
AIDAP e le sue poco rappresentative professionalità e competenze sono disposte con tutta umiltà a dare il proprio contributo, assieme alle altre associazioni che da tempo chiedono un significativo passo in questa direzione.

Andrea Gennai
VICE PRESIDENTE AIDAP

sabato 21 maggio 2011

Telethon All'AMP Torre del Cerrano

Clicka sull'immagine per saperne di più.

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giovedì 17 marzo 2011

Auguri Italia, auguri Roseto, auguri Filomena!

AUGURI ITALIA!
Oggi ricorrono i 150 anni dell'Unità. Giorno felice e importante che tutti (perlomeno quelli di buon senso!) festeggiano dal profondo del cuore.

Ma tra qualche giorno ricorre il centocinquantenario di un altro evento importante per chi si sente rosetano come me. Il 23 marzo del 1911, qualche giorno dopo l'Unità d'Italia, fu intitolata, a Santa Filomena, la chiesa di Roseto degli Abruzzi.

A quell'epoca il Lido delle Rose era poco di più di una fermata ferroviaria, una chiesa, poche case di ricchi signori, latifondisti che avevano sulle proprie proprietà la Villa per i bagni estivi (meravigliose architetture che ancora oggi punteggiano Roseto: Mazzarosa, De Vincentiis, Castelli, Clemente, Savini, Ponno, etc., una villa più bella dell'altra) e piccole "pinciare" dove i marinai rimettevano le attrezzature di pesca delle proprie lancette.
Il resto era composto da un mare meraviglioso una duna costiera ricca di vegetazione, aree coltivate nelle piane umide retrodunali e boschi planiziali al piede della collina. Per rivedere quegli ambienti dobbiamo calarci con l'immaginazione nelle incomparabili raffigurazioni che fa Pasquale Celommi degli ambienti di allora.

Quella chiesa quel giorno venne intitolata a Santa Filomena, a Pasquale Celommi fu commissionata la raffigurazione della Santa che eseguì su rame in una lunetta di una bellezza strabiliante che fu posizionata sulla porta principale della chiesa.
Ma cinquanta anni dopo, nel 1961, il Vaticano decise che Filomena non era più Santa. A Roseto arrivò l'ordine di sconsacrare la chiesa madre e ricosacrarla alla Madonna. La lunetta fu asportata e nascosta in uno scantinato (oggi fortunantamente quell'opera si può osservare perchè riposizionata a sinistra subito dopo l'ingresso della chiesa).

Ma cosa successe non è chiaro e sicuramente pochi lo sanno davvero. Forse si sono anche volute nascondere informazioni su questo fatto che imbarazzava in qualche modo la chiesa perlomeno per il repentino dietrofront attuato.
Ma a Roseto intorno a Filomena, in un secolo di intitolazione della chiesa, si era intanto creata una venerazione importante. I pescatori ancora oggi la considerano la loro protettrice.

Le teorie e le leggende intorno a questa santa sembrano molte: sembra addirittura in qualche teoria che Santa Filomena fosse di colore e che esercitava insieme a Maria Maddalena il mestiere più antico del mondo. Per certo è la patrona di tutte le culture zingare del mondo ed è ancora venerata a Saint Marie della Mer, uno dei centri storici costieri della Provenza, tra più belli del mondo, nel pieno del Parco della Camargue, dove ogni anno si radunano gli zingari proveneinti da tutto il mondo per il rito di venerazione.


Comunque sia a Roseto il prossimo mercoledì 23 marzo, sarà il caso di riflettere su un ulteriore 150enario, quello della intitolazione a Santa Filomena e forse un pò anche sulla bella Roseto di quel tempo.
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martedì 18 gennaio 2011

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme

L'appello di Carlo Petrini, per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi ...
da "La Repubblica" del 18 gennaio 2011



Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future.

E' stato già riportato che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati. Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso. Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra.

I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni.

Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni.

Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di "Stop al Consumo del Territorio", le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni.
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mercoledì 5 gennaio 2011

Parchi speranza per il futuro del mondo ma non in Italia

Da Greereport del 4 gennaio 2011, prendiamo e pubblichiamo il pensiero sulla situazione difficile dei Parchi italiani di Paolo Pigliacelli.

Nel primo decennio del 2000 il numero e le superfici delle aree protette nel mondo sono notevolmente aumentate. Il 2011 inizia con oltre 140.000 parchi che coprono circa 21 milioni di chilometri quadrati di terra e mare, una superficie pari a due volte quella del Canada. Il 12,2% delle terre emerse e il 5,9% delle acque territoriali sono aree protette, mentre solo lo 0,5% dei mari extraterritoriali è parco. Ma il dato più sorprendente è che in 220 Paesi del mondo esistono aree protette e nel 45% di questi la superficie supera il 10% del territorio: dagli arcipelaghi del Pacifico alle regioni polari, passando per tutti gli angoli dei 5 continenti, ogni soggetto istituzionale che amministra anche piccolissime porzioni di territorio ha istituito aree protette.
Ma non basta, 193 Paesi riuniti a Nagoya nell'ottobre scorso durante la COP 10 della Convezione Onu sulla Biodiversità, hanno individuato proprio nelle aree protette la forma più efficace per salvaguardare le risorse naturali indispensabili per il futuro del pianeta, quindi hanno deciso che entro il 2020 la superficie protetta deve raggiungere il 17% delle terre emerse e il 10% degli oceani. Ciò significa che lo strumento "parco", ovvero un organismo specializzato per la gestione del territorio, ha assunto un rilievo e una universalità al pari di altre forme di amministrazione pubblica quali la giustizia, la sanità, la scuola; eppure sembra che in Italia sia continuamente messo in discussione. La vicenda della provincializzazione del Parco Nazionale dello Stelvio è emblematica, mentre nella vicina Svizzera, patria del federalismo più radicato, l'UFAM (l'ufficio federale per l'ambiente) per rafforzare le politiche di gestione territoriale e anche su richiesta dei Cantoni, sta trasformando diversi parchi regionali in parchi nazionali (il primo sarà il Parc Adula dei Cantoni Grigioni e Ticino), a pochi chilometri, nel nostro versante delle Alpi, si va nella direzione opposta.
Nella convulsa e confusa situazione nella quale si trovano attualmente le nostre aree protette nazionali e regionali, fa impressione ascoltare Cherie Enawgaw, coordinatore dell'Autorità governativa per l'Ambiente della poverissima Etiopia "in passato, sbagliando, i parchi naturali sono stati quasi del tutto trascurati dai programmi di governo, è necessario un loro rilancio per il futuro del nostro Paese". Se anche l'Italia, come l'Etiopia e il resto del mondo, vorrà avere un futuro, forse è opportuno che prenda con maggiore considerazione e serietà il patrimonio di potenzialità e ricchezze, anche economiche, racchiuso nei parchi.


Paolo Pigliacelli

venerdì 31 dicembre 2010

Dimentichiamo il 2010. Buon 2011 ai Parchi italiani!


Auguriamoci davvero un buon anno per le aree protette italiane.
Un buon 2011 a tutti.
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venerdì 24 dicembre 2010

Regalo di Natale: addio Stelvio!

Regalo di Natale per il modo dei Parchi davvero poco gradito. Il Parco Nazionale dello Stelvio viene smembrato definitivamente affidando ad ognuna delle tre province la gestione della propria fetta di territorio.

Da Parks.it: http://www.parks.it/news/dettaglio.php?id=11848
Da AIDAP: http://www.aidap.it/dettaglio.php?id=11821
Da Greenreport: http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=8229
Da Eddyburg: http://eddyburg.it/article/view/16387/
Da Tiscali: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/10/12/24/messner-Reinhold-stelvio.html
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venerdì 22 ottobre 2010

venerdì 9 luglio 2010

UNIONE sui Parchi

Il messaggio di "Unione" sullo spot dell'Italia da parte del Presidente del Consiglio:

"E’ giusto e apprezzabile l’appello a far riscoprire l’Italia. E’ sacrosanto l’impegno per valorizzare l’incredibile e unico insieme di natura e cultura del nostro Paese e, ancor più, per fare in modo che ad apprezzarlo siano proprio gli Italiani.
I nostri Parchi Nazionali, i Parchi Regionali, le Aree Marine Protette conservano (conservare non vuol dire proteggere e vietare, ma avere cautela e tutelare, per usare a lungo e razionalmente le risorse) un patrimonio di Biodiversità assolutamente unico in tutto il Pianeta; paesaggi naturali di straordinaria bellezza rivelano e sono punteggiati di monumenti, villaggi, paesi, chiese, castelli che ne accrescono, con le tradizioni ad essi sottese, lo straordinario valore.
EBBENE, la gestione di questo patrimonio, che è assicurata da persone motivate, preparate, capaci di impegnarsi a fondo anche per un’idea e per una visione, che già lavorano al limite del possibile e con risorse sempre più scarse, (e che piacerebbero per il loro modo di lavorare anche al Ministro Brunetta....) sarà di fatto resa impossibile, se verranno mantenute le previsioni della riduzione al 50% dei finanziamenti ai Parchi.
Il Ministro dell’Ambiente, che ringraziamo e sosteniamo, ci risulta abbia preso posizione contro questa sciagurata ipotesi, ma l’inserimento dell’emendamento nel testo che verrà sottoposto al voto di fiducia della prossima settimana non è affatto certo e esiste il rischio che i Parchi nazionali, che COSTANO AGLI ITALIANI POCO MENO DI QUANTO COSTA UNA TAZZINA DI CAFFE’ ALL’ANNO, siano costretti a “chiudere”, e non solo metaforicamente. Si deve risparmiare? Lo sappiamo, lo facciamo tutti i giorni, abbiamo esperienza, un sacco idee e proposte al proposito."

Maurilio CIPPARONE
Protavoce di UNIONE per i Parchi e la Natura d'Italia.
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giovedì 8 luglio 2010

Torniamo a difendere i Parchi

Ormai ci si deve rivolgere direttamente a Gianfranco Fini, presidente della Camera, cogliendo l’occasione di un premio assegnatogli a Ustica, per tentare di far sapere che in Italia trenta Aree Marine Protette sopravvivono con quello che in Francia viene stanziato per un solo Parco regionale: da Greenreport.

A livello centrale non essendo riusciti a chiudere i Parchi nei goffi tentativi degli anni scorsi, hanno deciso di affondarli. In finanziaria è previsto un taglio del 50% agli striminziti stanziamenti in favore degli Enti Parco nazionali, il che equivale a dimezzare le attività già ridotte al lumicino in gran parte dei Parchi Nazionali. La manovra è a tal punto scandalosa che persino il Ministro dell’Ambiente, facente parte dello stesso Governo è costretto a farsi sentire tramite i media per salvare il salvabile: da Il Sole 24 Ore.

Se qualcuno pensa che ci siano delle disattenzioni può stare tranquillo perchè non si tratta di sviste. Quando si pensa a posti e poltrone, infatti, spuntano assurdi emendamenti come quello in cui i Direttori dei parchi andrebbero nominati semplicemente sulla fiducia del Ministro, senza più un Albo professionale e senza più la segnalazione dei nominativi da parte di chi, gli Enti Parco, sul territori si confronta quotidianamente: da AIDAP.

In Abruzzo, la Regione dei Parchi, la regione che ha scommesso sul verde per il proprio futuro, la situazione è divenuta ridicola, zero Euro per Parchi e Riserve regionali e milioni di euro per impianti da sci, se fosse possibile ridere in un quadro così drammatico come quello delineato dagli esperti: da La Gramigna.

C’è la necessità di tornare a difendere i gioielli del nostro paese con forza. Pensavamo forse che l’Italia avesse preso la strada dei paesi che civilmente rispettano il proprio patrimonio. Le cose, invece, stanno andando diversamente da ciò che si poteva logicamente immaginare.
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giovedì 17 giugno 2010

Atri-Cerrano nell'interesse dell'UNESCO

E' stata organizzata, per Sabato 26 giugno 2010, una giornata di lavoro a Pineto (Te) volta ad effettuare una valutazione congiunta, con tutti i portatori di interesse, della possibilità che una pianificazione unitaria dell'area denominata Atri-Cerrano possa divenire di interesse per un organismo internazionale come l'UNESCO.
Una strategia mirata alla salvaguardia delle bellezze storiche e naturalistiche dell'area che si estende tra la Riserva naturale dei Calanchi di Atri fino all'Area Marina Protetta Torre del Cerrano non potrà che andare nella direzione di uno sviluppo locale rispettoso del territorio e delle proprie risorse.
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mercoledì 9 giugno 2010

La società civile pulisce la Riserva Borsacchio

... mentre la società incivile dorme sonni profondi! Verrebbe da dire.
Dall'8 febbraio 2005 una Riserva naturale protegge uno dei più bei tratti di costa dell'Adriatico: l'area del Borsacchio, tra Roseto degli Abruzzi e Giulianova (Te). Nei 90 giorni successivi alla pubblicazione della legge le amministrazioni locali avrebbero dovuto individuare un organo di gestione di questa Riserva Naturale.
Prima il Comune di Roseto, ora la Provincia di Teramo, sono stati capaci, in 5 anni, di non rispettare la legge e di lasciare in completo abbandono un'area per la quale la Regione aveva investito per l'avvio delle attività ben 500mila Euro.
Questa totale incapacità di voler dare seguito a quanto la legge prevede, ha portato, ad oggi, alla perdita di metà del finanziamento iniziale oltre ai cinque anni di contributo per la gestione ordinaria che, essendo nell'ordine degli 80mila euro annui, porta ad un totale complessivo di quasi un milione di euro gettati dalla finestra (meglio stendere un pietoso velo sull'utilizzo fatto degli ancora disponibili 250mila Euro).
Domani mattina, scandalizzati dallo stato di abbandono e degrado a cui la Riserva Naturale è stata lasciata, volontari, cittadini, bambini delle scuole, associazioni, insomma la società CIVILE, si rechrà unita a pulire quel meraviglioso pezzo di Italia. Alla faccia di chi dorme sonni profondi!
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Clicka sull'immagine per maggiori dettagli o vai a: http://borsacchio.blogspot.com

sabato 22 maggio 2010

Alle Sorgenti POTABILE, alle foci NON BALNEABILE

Presentato il Dossier WWF sui fiumi. Anche la provincia di Teramo presenta il triste quadro di acque che in poco più di 40 Km
di territorio prevalentemente non industriale, si carica di inquinanti oltre le soglie della balneabilità.
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giovedì 20 maggio 2010

Parco Nazionale Costa Teatina. Allora?

Sono trascorsi quasi 13 anni – esordisce Andrea Natale, Assessore all'Ambiente, nonchè Direttore della Riserva Regionale “Lecceta di Torino di Sangro”- da quando il Senatore Staniscia, bontà sua, pensò di inserire la Costa Teatina tra le aree di reperimento principali per costituire Parchi Nazionali nella Legge Quadro Nazionale con l’art.4, comma 3, legge n°344/97 e 9 dalla sua istituzione con la L. N°93/2001 e siamo ancora qui a cincischiare e perdere tempo”.

QUESTE LE SUE PUNTUALIZZAZIONI SUL TEMA.

Punto primo, finchè non cancellano la legge a livello nazionale l’iter del Parco si DEVE concludere, così stiamo ritardando l'applicazione di una legge dello Stato. La Regione (Giunta Pace) sollevo l'incostituzionalità e provò a bloccarne l'istituzione e la Corte Costituzionale, sentenza n.422 del 2002 gli diede torto, dicendo che la competenza è del Ministero, sentita la Regione.

Punto secondo, la perimetrazione su cui si discute è una proposta fatta al Ministero dalla Regione Abruzzo, poiché alla Regione non arrivarono le proposte dei Comuni, molti presero tempo, come fanno ora, con dei distinguo.

Punto terzo, è vero che la perimetrazione proposta sembra fatta ad hoc per farsi dire di no dai Comuni, della serie noi abbiamo risposto all'obbligo che ci chiedeva il Ministero il no facciamolo dire ai Comuni.

Punto quarto, i vincoli, qui abbiamo atteggiamenti strani che vanno dal tatticismo alla mistificazione, per arrivare a punte che sfiorano il terrorrismo psicologico, che denotano, per molti, la supponenza e la non conoscenza della materia di cui si parla. I vincoli sono collegati alla zonizzazione interna al perimetro del Parco, le zone sono, solitamente 4, e i vincoli sono diversificati a seconda di ciò che si trova dentro queste zone. La zona A, a protezione integrale è quella dove c'è quello che si deve tutelare, la biodiversità da proteggere, le Riserve e i SIC, nel nostro caso dovrebbero andare lì, la zona B, dove si dovrebbe riqualificare ed agire per ricucire, in ottica di rete ecologica, il territorio e il paesaggio, agendo anche come “cuscinetto” per proteggere le zone a forte valenza naturalistica, la zona C, dove ci sarebbe uno sviluppo “controllato” e la zona D, dove si prevedono regimi ordinari e dove le previsioni rimarrebbero quelle previste dai Piani Regolatori Generali.

L'Assessore Natale ha le idee ben chiare al riguardo: "Per avere un'idea pensiamo al Parco del Gargano, non mi sembra che lì si sia tornati “indietro al calesse e al cavallo” o che non sia possibile più neanche “aprire una finestra”, o che si sia “bloccato lo sviluppo”. Nessuno pensa, ne lo potrebbe fare, di porre gli stessi vincoli che esistono sulle Riserve alle zone dei centri abitati o delle zone industriali (vedi Val di Sangro).
Dobbiamo capire che si deve cambiare modello economico di riferimento però. Non possiamo consumare territorio, mettere al primo posto il profitto privato ed illuderci di poter continuare a crescere, continuando a far pagare i costi ambientali e sociali al pubblico. Più che di sviluppo dovremmo parlare di benessere durevole. Viviamo in un mondo finito e le risorse che abbiamo le dobbiamo gestire in modo razionale, controllato e pianificato. Il turismo che dovrebbe essere il volano della nostra economia locale e che si deve trainare l'agricoltura, l'agro-alimentare, deve avere come obiettivo la qualità e come confini la sostenibilità"
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Uno studio commissionato 5 anni fa dalla Rete delle Riserve Regionali dimostrò che nelle Riserve gestite bene ogni euro investito ne produceva 40, un esempio per tutti la Riserva Regionale del “Lago di Penne” che tra indotto e persone che lavorano per la Riserva arriva a quasi 3.000 occupati! Come presenze turistiche i Comuni con Riserve e Parchi sono quelli che hanno registrato i maggiori trend di crescita, la BIT ed EcoTour ci confermano questi trend ogni anno.
L'Assessore aggiunge anche che "con l'ingresso dei paesi dell'Est Europa i fondi europei stanno prendendo sempre più quella strada e per noi restano destinate risorse per la sostenibilità. I territori con aree protette saranno quindi favoriti per quanto riguarda l'Europa Occidentale per attrarre finanziamenti".
Dulcis in fundo, il Parco esteso a mare bloccherebbe anche la petrolizzazione. Non si capisce quindi questa schizzofrenia del dichiararsi contro e presentare osservazioni contro la petrolizzazione e poi tentennare davanti ad una scelta che bloccherebbe l'espandersi di questo pericolo. Appare evidente che se si dice no alla petrolizzazione e si al turismo e all'agricoltura di qualità e alle fonti rinnovabili con il Patto dei Sindaci è difficile pensare che non si debba dire si anche al Parco.
I 5.000 cittadini abruzzesi riunitisi a San Vito lo scorso 18 aprile lo vogliono, su Facebook è nato un gruppo Pro Parco Nazionale che ha quasi 2.000 iscritti in solo 8 giorni.

L'Assesore precisa che "Fossacesia sta lavorando alla proposta, credo che si debba fare chiarezza sull'argometno di cui si parla e confrontarsi anche con i cittadini, le associazioni, gli imprenditori e le università, non possiamo perdere questa occasione, ognuno si prenda le proprie responsabilità e non butti fumo per depistare gli altri e continuare a perdere tempo il declino è vicino altrimenti e le scelte devono essere nette e veloci nella direzione che ci viene indicata da molte parti come quella percorribile"

Come dargli torto!

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mercoledì 19 maggio 2010

Un maxi striscione nero di 360 mq, con la scritta “Poisoning the sea is killing the planetChi avvelena il mare uccide il pianeta” è stato srotolato oggi a Roma, sul Lungotevere all’altezza di Ponte Matteotti. Un blitz degli attivisti di Marevivo, associazione a tutela del mare, che hanno protestato, con il braccio listato a lutto, contro il disastro ambientale in Louisiana e l’indifferenza verso l’ecosistema marino.

lunedì 17 maggio 2010

Una FIRMA per la Ciclabilità

E' stata lanciata sul sito Petizioni On Line una raccolta firme per l'approvazione della proposta di Legge Regionale Abruzzo “Interventi per favorire lo sviluppo della mobilità ciclistica” presentata nei giorni scorsi dal gruppo consiliare del Partito Democratico con la condivisione di molte altre parti politiche e la totalità delle associazioni di protezione ambientale.

Il CCiclAT-Coordinamento Ciclabili Abruzzo Teramano, fautore della petizione, chiede a tutti i consiglieri regionali una veloce approvazione della proposta di Legge ricordando al Governatore Chiodi gli impegni presi in campagna elettorale, proprio in merito alla ciclabilità ed evidenzia come la legge sia quanto mai necessaria vista la carenza, nella legislazione regionale abruzzese, di una norma moderna che favorisca la mobilità ciclistica, una realtà presente, invece, in molte regioni italiane del centro-nord.

Un progetto di legge con un duplice obiettivo: da un lato consentire, attraverso percorsi sicuri e protetti, un reale utilizzo della ciclabilità come alternativa soprattutto al mezzo privato, dall’altro lato sviluppare in modo compiuto una politica turistica e ambientale fondata sull’uso delle due ruote e sulla riscoperta del nostro paesaggio. attraverso la creazione di una rete (interconnessa, protetta e dedicata) di itinerari ciclabili e ciclopedonali attraverso località di valore ambientale, paesaggistico, culturale e turistico anche con la creazione di una rete di punti di ristoro, alloggio e intermodalità.
Importante anche l’aspetto pianificatorio del progetto di legge: province e comuni programmeranno gli interventi in favore della ciclabilità, completando e distribuendo sul territorio l’effetto applicativo del Piano regionale.

Grazie alla legge i comuni avranno la possibilità, con il supporto degli appositi uffici mobilità ciclistica regionali e provinciali, di prevedere itinerari e piste ciclabili e ciclopedonali all’interno dei propri strumenti urbanistici e di realizzare iniziative utili alla promozione della mobilità ciclistica.
Un ruolo importante quello assegnato agli Enti locali che per primi dovranno misurarsi non solo nella promozione dell’uso della bicicletta ma anche nel favorire la creazione di “nuovi spazi” che diverranno anche un modello sostenibile di concepire lo sviluppo edilizio del territorio.

Una sfida non facile visto che i numeri sulla ciclabilità in Abruzzo non sono confortanti: il Rapporto Ecosistema urbano 2009 di Legambiente individua tra le peggiori città d’Italia per la ciclabilità (piste ciclabili ogni 100 abitanti) due capoluoghi di provincia come Teramo e L’Aquila. Un gap da colmare rispetto anche alla dimensione regionale della ciclabilità che vede l’Abruzzo molto indietro rispetto a tutte le regioni del centro-nord come Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana, dove sono concentrate l’80 per cento delle piste ciclabili italiane, il 33 per cento nella sola Emilia-Romagna, mentre soltanto il 6 per cento nelle regioni meridionali (dati Legambiente rapporto "Ambiente Italia”).

CCiclAT-Coordinamento Ciclabili Abruzzo Teramano
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lunedì 19 aprile 2010

10milioni di Euro per un Ecomostro

Vi ricordate il progetto della cosiddetta “Mare-monti”? Quella strada devastante per la Riserva Naturale Oasi Wwf di Penne di cui si denunciò pubblicamente l'assurdità negli anni scorsi? (se vuoi vedere uno dei post che ne ha parlato, click QUI).
Oggi ha portato all'arresto di un progettista e ad oltre dieci persone indagate: notizie di stampa.
La vicenda ha avuto inizio da un esposto presentato dal direttore dell'Oasi WWF del Lago di Penne e da diverse segnalazioni che l'associazione fece pervenire agli inquirenti. In quei giorni del 2008 il cantiere della cosiddetta Mare-monti entrò, senza alcuna autorizzazione, per centinaia di metri all'interno del perimetro dell'Oasi, che è dichiarata Riserva Naturale Regionale. In breve, con un accesso agli atti, l'associazione scoprì che negli elaborati del progetto della strada depositati presso il Comitato Valutazione di Impatto Ambientale della Regione il confine della Riserva risultava spostato rispetto a quello reale, tanto da far ricadere la strada al di fuori dell'area protetta.
Provate a immaginare le pressioni enormi che avrà subito l'organo di gestione della Riserva ed il Wwf, da parte di chi accusava dell'aver bloccato un'importante opera pubblica. Ad un certo punto si arrivò all'assurdo di proporre di spostare la riserva per consentire la realizzazione dei viadotti (vedi il post: click QUI)
Decine di milioni di euro per cercare di realizzare un "ecomostro" in un'Oasi WWF.

giovedì 8 aprile 2010

Finalmente l'Area Marina Protetta Torre del Cerrano

Sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana di ieri, mercoledì 7 aprile 2010, è stato pubblicato il Decreto istitutivo dell’Area Marina Protetta "Torre del Cerrano", di fatto, il quarto Parco nazionale abruzzese. Questa volta però, unico caso in Abruzzo e nelle regioni limitrofe, si interessa del mare, del nostro amato mare Adriatico. L’Area Marina Protetta "Torre del Cerrano" è l’unica nel lato occidentale dell’Adriatico. Le uniche altre Amp italiane in Adriatico si trovano ai due estremi, Miramare a Trieste e Torre Guaceto nel brindisino, o in alto mare, come nel caso delle Isole Tremiti.

Era il lontano 1997, il secolo scorso, è proprio il caso di dirlo tanta è stata l’attesa, quando un piccolo gruppo di ambientalisti locali, predisposero un disegno di legge da presentare alla Camera dei Deputati con la proposta di un Parco che proteggesse l’area del Cerrano. L’approvazione da parte del parlamento arrivò subito e, con l’art.4 della legge n.344, nell’ottobre successivo, “Torre del Cerrano” entrò nell’elenco delle aree di reperimento per l’istituzione di un’Area Marina Protetta.
Ci sono voluti una dozzina di anni di lavoro intenso con gli Enti Locali che, con il passare degli anni si sono sempre più convinti della bontà dell’iniziativa. I Comuni di Pineto e Silvi hanno da principio avuto un approccio cauto e ragionato e poi, con una presa di coscienza che ha accompagnato la collettività tutta, sono arrivati ad essere i maggiori promotori dell’istituzione dell’Area Marina Protetta, con le due ultime amministrazioni addirittura premiate anche per questo coraggio nel più recente appuntamento elettorale. Due amministrazioni di differente orientamento politico, Pineto di centro-sinistra e Silvi di centro-destra che dimostrano come, se le cose si vogliono davvero fare per il bene della collettività è assolutamente inopportuno andare a trovare posizioni volutamente incompatibili.

Nel gennaio del 2008, rotti gli indugi, nella Conferenza Unificata Stato-Enti Locali i due Comuni avevano potuto portare l’approvazione del Decreto Istitutivo e, in attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’8 febbraio successivo, si era costituito il Consorzio di Gestione tra i due comuni interessati, Pineto e Silvi, la Provincia di Teramo e la Regione Abruzzo.
La pubblicazione del Decreto in Gazzetta Ufficiale ha però tardato oltre ogni pur benevola comprensione per un ritardo legato alla lentezza amministrativa. La caduta del Governo Prodi e la fase di incertezza che ne è seguita, ha interrotto un processo praticamente concluso e ormai giunto alle sue ultime battute. Il decreto firmato dal precedente Ministro dell’Ambiente è stato bloccato nella sua fase di definizione degli impegni economici e la macchina burocratica ha rallentato il suo cammino.
Ma la volontà locale di far bene non ha risentito di tali ritardi.

Dal 2008, gli Studi di gestione dei Comuni, i Seminari formativi per chi dovrà confrontarsi con questa nuova realtà, i Convegni e gli incontri con le categorie interessate, il Master dell’Università di Teramo appositamente organizzato a Pineto, i Campi di Archeologia Subacquea con l’Università di Roma svoltisi alla Torre, gli eventi cinematografici in Piazza, i Campi scuola per i bambini, moltissime sono state le iniziative che si sono susseguite a Pineto e Silvi, con l’apporto di tutte le maggiori associazioni di protezione ambientale nazionali così come dell’insostituibile coinvolgimento delle associazioni locali. Tutte le iniziative hanno registrato successi ben oltre le più rosee aspettative. Torre del Cerrano è divenuto il fulcro di un sistema di aree protette che si allarga all’intero Adriatico. Con la firma della “Carta di Cerrano” da parte di ben 19 aree protette adriatiche di 5 differenti paesi ed il coinvolgimento di più di 30 strutture di ricerca e di promozione locale, si è avviato un percorso di progettazione partecipata su finanziamenti di provenienza comunitaria che vede già sul tavolo ben sei progetti europei sui vari tipi di programma che si èavuto modo di individuare. Progetti per avviare uno sviluppo sostenibile e la conservazione del patrimonio naturale in uno degli angoli più belli del nostro Abruzzo e dell’Italia intera.
Localmente si è capito la risorsa enorme che si aveva a disposizione e l’averla saputa utilizzare per aiutare uno sviluppo locale rispettoso dei luoghi è stata la migliore scelta che si poteva compiere.

I Decreti pubblicati di fatto sono due. Il primo, istitutivo dell’area protetta, è il D.M. 21 ottobre 2009 che individua l’area, definisce i termini di conservazione, affida al Consorzio costituito da comuni, provincia e regione, la gestione dell’Amp e stanzia il primo budget di risorse economiche nazionali per il funzionamento: 250.000 Euro il primo anno e 100mila l’anno per gli anni successivi. Il secondo decreto, invece, il D.M. n.218 del 28 luglio 2009 è il Regolamento delle discipline consentite in termini di salvaguardia in attesa della definizione dei disciplinari più dettagliati da parte del Consorzio di Gestione dell’Area marina protetta “Torre del Cerrano”.

I tempi ora sono stretti ed il Consorzio non può aspettare per affrontare eventuali aspetti conflittuali per cercare di trovare delle soluzioni soddisfacenti per tutti. Ciò che va meglio definito con i regolamenti di esecuzione dell’Area Marina Protetta sono le modalità di pesca consentite,i sistemi di fruizione dell’area a mare e della fascia dunale costiera, i modelli di gestione delle attività turistiche e, soprattutto, i sistemi di funzionamento dello stesso organo di gestione.
Nel momento in cui, infatti, l’organo di gestione è già stato individuato nel Consorzio formatosi tra gli Enti Locali è sufficiente individuare le forme di funzionamento, seguendo quanto previsto nello statuto, per poter non solo affrontare le problematiche gestionali che si pongono immediatamente ma, anche soprattutto, per continuare con quell’intenso lavoro di promozione e valorizzazione che ha già portato risultati eccellenti.

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